Quel che scrive il poeta è sempre attuale

L’immortalità dei grandi personaggi si vede dal loro essere e ragionare fuori dal tempo in cui vivono, rendendo il loro pensiero attuale in qualunque momento storico. Come nel caso del più grande poeta marchigiano: Giacomo Leopardi.
Per capirlo e traghettare il suo pensiero ad oggi bisogna prima smontare il pregiudizio che sia solo un “pessimista passivo”. Al contrario, la sua è un’analisi sociologica e filosofica lucidissima che si applica perfettamente ai nostri tempi.
Nello Zibaldone, Leopardi fa una distinzione psicologica e storica fondamentale tra due forze che muovono l’uomo: la prima è l’amor proprio e l’egoismo. L’amor proprio inteso come istinto di autoconservazione, tipico della letteratura greca e romana, che veniva incanalato verso grandi passioni, virtù civili e atti eroici. L’egoismo della sua letteratura contemporanea invece lo considerava figlio del prodotto del progresso e dell’illuminismo, definendolo “ragione arida” perché svela che le illusioni come patria, gloria e virtù sono false. Tolte le illusioni, l’uomo non ha più grandi scopi esterni e si ripiega su se stesso. L’amore di sé si corrompe e diventa calcolo cinico, indifferenza verso l’altro e ricerca del piccolo vantaggio personale.
Il paradosso che ci sottopone è che più la società diventa “civile” e razionale, più gli uomini si isolano, diventando estranei e nemici l’uno dell’altro.
Nasce quindi la giungla sociale: Se non ci sono ideali comuni, l’unico criterio che resta è l’utilitarismo. Gli individui si aggregano per convenienza, pronti a calpestarsi a vicenda. È quella che Leopardi definisce la vera “peste” del suo secolo, che è anche la stessa del nostro nuovo millennio.
Nell’ultima fase del suo pensiero (il cosiddetto “pessimismo cosmico ed eroico”), Leopardi ribalta questa visione con il concetto della social catena espresso nella poesia La Ginestra.
Se il nemico dell’uomo non è il suo simile, ma la Natura matrigna che ci ha creati deboli e soggetti al dolore, allora farsi la guerra tra esseri umani è una follia logica.
Gli uomini devono stringersi non perché la vita diventerà perfetta, ma per rendere il dolore comune più sopportabile.
Facciamo un esempio su un gruppo di naufraghi in mezzo alla tempesta: l’egoismo della ragione li porterebbe a rubarsi il cibo a vicenda, condannandosi tutti. Mentre la social catena leopardiana è la decisione di smettere di litigare, unire le forze e remare insieme contro le onde. La tempesta, che rappresenta la Natura, resta, ma insieme si sopravvive meglio.
È affascinante e un po’ inquietante notare come la diagnosi di Leopardi, scritta due secoli fa, sembri il saggio di un sociologo contemporaneo proiettato nel 2026. Se sostituiamo la “ragione arida” dell’Ottocento con la tecnocrazia digitale, l’iper-connessione e l’algoritmo, la sua analisi della modernità diventa una mappa perfetta del nostro presente.
Nello Zibaldone, Leopardi descriveva la società di massa come un’aggregazione di individui atomizzati. Nel 2026, questo si traduce nel paradosso della massima connessione virtuale e del massimo isolamento emotivo. I social media e l’economia dell’attenzione sono progettati per nutrire l’io. Creano bolle informative in cui l’individuo si specchia, allontanandosi dal reale confronto con “l’altro”. L’arido calcolo di cui parlava Leopardi si riflette nella tendenza a valutare le relazioni umane in base all’utilità, alla visibilità o alle metriche di gradimento, ai like.
Nel 2026, questo disincanto si manifesta in due modi: il primo comprende la consapevolezza del cambiamento climatico, delle tensioni geopolitiche e dell’instabilità economica che ci mettono in faccia la nostra fragilità biologica e planetaria; il secondo riguarda la tentazione moderna al fatalismo e al disimpegno (“non possiamo farci nulla, tanto vale pensare a se stessi”). Questo è esattamente il trionfo dell’egoismo cinico diagnosticato da Leopardi.
Qui sta la straordinaria attualità del messaggio finale di Leopardi. La sua non è una rassegnazione depressiva, ma un appello all’azione etica. Come si traduce la social catena oggi?
Se il nemico comune non è più solo la “Natura matrigna” ma un ecosistema ferito e l’incertezza globale, l’unica risposta razionale è l’alleanza. Nessuna nazione e nessun individuo può salvarsi da solo da una pandemia o dal collasso climatico.
Leopardi ci invita a spostare il baricentro dal successo individuale (l’arido calcolo) al benessere collettivo e all’empatia. La vera civiltà non si misura dal Pil o dall’avanzamento tecnologico fine a sé stesso, ma dalla capacità di prendersi cura dei membri più fragili della comunità.
Nel 2026 ci direbbe che la salvezza non sta nelle macchine, ma nel riscoprire la nostra comune vulnerabilità umana. Guardarsi in faccia, riconoscersi fragili e, proprio per questo, decidere di collaborare.
“E fia l’orror che primo / Contra l’empia natura / Strinse i mortali in social catena” (La Ginestra)
Ll’IA rappresenta il culmine storico di quella che il poeta chiamava “arida ragione”: un calcolo puro, matematico, privo di passioni e di corpo. Se fosse vivo oggi scriverebbe che è il suo “trionfo”.
Per lui, la ragione calcolatrice distrugge le “illusioni” e porta all’egoismo perché separa gli uomini. L’IA rischia di essere il braccio armato di questo processo: ci dà infatti l’illusione di poter fare a meno degli altri. In moltissimi usano l’assistente virtuale per studiare, creare, lavorare e persino per sfogarsi emotivamente. Il “prossimo” diventa per loro superfluo. È l’apoteosi dell’individuo isolato. Ciò che Leopardi temeva era che arrivassimo a una società efficientissima ma profondamente disumana. Ma ci dà la soluzione: se applichiamo la social catena leopardiana all’IA scopriamo che il limite è un valore, non un difetto. La nostra fallibilità, il dolore, la stanchezza (tutto ciò che l’IA non ha) sono proprio le cose che ci rendono umani e che ci permettono di provare empatia. Davanti alla macchina, le differenze tra gli esseri umani si appiattiscono. Ricchi, poveri, occidentali e orientali condividono la stessa natura organica. L’IA dovrebbe spingerci a “stringerci in catena” per difendere l’umano dal puramente meccanico.
Se Leopardi potesse parlare ai ricercatori della Silicon Valley o ai legislatori europei nel 2026, direbbe probabilmente di non usare la macchina per isolare gli uomini o per rincorrere il profitto di pochi. Si deve invece usare per sollevarsi dalla fatica, ricordandosi che ciò che ci rende fratelli non è la nostra potenza intellettuale, ma la nostra comune fragilità. Se la macchina ci toglie la sofferenza del lavoro ma ci priva del contatto umano, ci sta condannando alla peggiore delle pesti: la solitudine.
Nella musica contemporanea Franco Battiato riprende il concetto leopardiano dell”egoismo cinico e della peste sociale e lo esplode in una delle sue canzoni più belle: Povera Patria, che possiamo dire è il quasi perfetto equivalente musicale dello Zibaldone.
Battiato fotografa infatti lo sfacelo morale causato dall’egoismo del potere e dei singoli (“Povera Patria schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame che non sa cos’è il pudore”).
Ma esattamente come Leopardi, Battiato non cede al nichilismo totale: conserva la speranza in un “risveglio” delle coscienze, una primavera dell’anima che assomiglia molto alla presa di coscienza civile auspicata dal poeta.
Dario Di Gennaro


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